IL TEMPO DELLE MELE
LA MAESTRINA DALLA PENNA ROSSA
PANDA FIAT
THE GENIUS - shoegazer
TORO TORO TORO!!!
UNA CHE AMA LA SUA TERRA - janesays
UNA CHE MI FA SCOMPISCIARE E CHE NE SA TANTE - vitastordita
UNA MENTE LUCIDA - Lomotonic
UNA RAGAZZA MOOOOOLTO MOOD
UNO CHE DI ME SA GIUSTO TRE COSE...BROTHER!!! - Jake
UNO CHE DISEGNA E DIVERTE - Eriadan
UNO CHE IN FONDO IN FONDO E' UN BRAVO UOMO (è pure nato il mio stesso giorno)
UNO CHE PARLA DELL'AMERICA CHE MI PIACE
UNO SQUARCIO DI VITA QUOTIDIANA
visitato *loading* volte
LOVE WILL TEAR US APART
When the routine bites hard
and ambitions are low
And the resentment rides high
but emotions won't grow
And we're changing our ways,
taking different roads
Then love, love will tear us apart again
Why is the bedroom so cold
Turned away on your side?
Is my timing that flawed,
our respect run so dry?
Yet there's still this appeal
That we've kept through
our lives
Love, love will tear us apart again
Do you cry out in your sleep
All my failings expose?
Get a taste in my mouth
As desperation takes hold
Is it something so good
Just can't function no more?
When love, love will tear us apart again
Quando l'abitudine corrode a fondo
E le ambizioni sono mediocri
E il risentimento si impenna
Mentre le emozioni non crescono
E noi cambiamo rotta,
Imboccando direzioni differenti
Allora l'amore, l'amore ci dividerà di nuovo
L'amore, l'amore ci dividerà di nuovo
Perché la stanza da letto è così fredda?
Ti sei girata dalla tua parte
E' il mio ruolo che si è incrinato?
Scorre aridissimo il nostro rispetto
Eppure c'è ancora questa attrazione
Che abbiamo mantenuto nelle nostre vite
Ma l'amore, l'amore ci dividerà di nuovo
L'amore, l'amore ci dividerà di nuovo
Ti lamenti nel sonno
Tutti i miei difetti in vista
E ho un sapore in bocca
Mentre mi attanaglia la disperazione
Per qualcosa di tanto bello che proprio
Non può più funzionare
Ma l'amore, l'amore ci dividerà di nuovo
Il Punk era URGENZA. Un adolescente che gridava la sua rabbia, che si comportava come tutti i ragazzi fanno in quell’età. Ribellione a se stessi, fuga verso qualcosa che si scoprirà non esiste. Il Punk era, è un atteggiamento, un modo di essere e dimostrare di esistere. Era la fine degli anni settanta.
La vita poi scopri, non è come tu la dipingi. Apri gli occhi e vedi, DISILLUSIONE.
La New Wave, il Dark, furono la scoperta di una generazione che lasciò per strada un’utopia.
E furono Joy Division.
La musica divenne più oscura e rotonda come i sapori che impari ad apprezzare strada facendo, all’autodistruzione si sostituì la consapevolezza.
Per Ian Curtis, così come per Cobain, il male di vivere era lampante, evidente, così liscio.
E lui mollò.
Sono passati vent’anni.
A QUALCOSA PUR BISOGNA AGGRAPPARSI
(evviva le certezze matematiche)
Campioni con una settimana d'anticipo, irregolari come il loro presidente-allenatore, cazzari, vecchi leoni e grandi figli di puttana.
PORTIERI
Inamovibile il brasiliano DIDA, alla faccia di chi un portiere brasiliano (e nero) non può essere un campione. Una sicurezza, al contrario del suo panchinaro ABBIATI, veramente scarso. Il vero cambio era MANNINGER, ma fuori per parecchio tempo.
DIFENSORI
Elogio della terza. Più che una linea Maginot, un ospizio. Capitan SENSINI, il nonno, sempre una certezza. L'arteficie di questa vittoria, nonchè bomber -ha pure segnato il gol scudetto- DI BIAGIO. I non sempre rocciosi, ma pericolosi COUTO e MIHAJLOVIC. Il rincalzo sempre pronto a obbedire, BIAVA. E poi i giovani: CHIVU, che però ha avuto più acciacchi dei vecchietti e la mezza delusione BOVO. Poca gloria per GONNELLA, mentre la mia fiducia era per ZE MARIA, ma non quella di altri.
CENTROCAMPISTI
Pavel, la furia ceca, NEDVED, imprescindibile, anche a mezzo servizio. Il geometra e sicuro PIZARRO, mai una sbavatura. L'irraddidio della fascia destra, CASSETTI. Il solido e continuo VERGASSOLA, capace di colpi di genio. I discontinui e sempre rotti MARESCA e JORGENSEN. Il canguro col piede caldo -per i legni- BRESCIANO. L'assente MAMEDE e il mai pervenuto NERVO.
ATTACCANTI
La vecchia gloria che tante gioie ha dato, tutto casa CHIESA. L'insufficienza fatta a gol: fratello CRESPO e l'orfanello bulgaro BOJINOV. Se non si fosse innamorato avrei puntato su BAZZANI, ma al cuor non si comanda. Il soldatino BUDAN, che ha passato tanto tempo nell'infermeria da campo. I rincalzi: lo scorpione senza veleno TOMASSON e l'uruguagio eclissato RECOBA.
STRANGERS IN PARADISE
- A cosa pensi?
- Mmm... pensavo a quanto tempo ho perso a preoccuparmi per la recita di fine anno a scuola.
- Strangers in paradise?
- Si. Ti ricordi quando dice "una cosa l'ho imparata, che senza amore siamo solo degli estranei in paradiso"... è così che mi sentivo, ad andare da un uomo all'altro, cercando il principe azzurro e non trovandolo ero sperduta... ma... non sono un'estranea, no? Ho una famiglia... degli amici... e qualcuno che mi vuole bene! ...come ho potuto essere così cieca? ...oddio -sniff- sono stata una stupida, vero?
- Non vorrai che risponda davvero, eh?
12 MAGGIO 1985
Ci sono alcuni momenti stampati bene chiari nelle mente di ognuno.
Giorni in cui ricordiamo esattamente cosa stavamo facendo, con chi eravamo, che emozioni stavamo vivendo.
Io lo ricordo bene l'oggi di vent'anni fa.
Ero uscito da poco dall'ospedale per un piccolo intervento chirurgico.
Avevo a quei tempi una piccola radiolina con cui ascoltavo "Tutto il calcio minuto per minuto".
Quando le partite finirono, io iniziai a saltellare, con i punti ancora freschi, per la mia camera e gridando di felicità. Avevo poco più di otto anni.
Quel giorno di vent'anni fa L'Hellas Verona era Campione d'Italia.
Ascoltare in rigoroso silenzio, please...
ALTA FEDELTA' 32
Cantautori, quella finissima arte tra parole e musica
5. Fabrizio DE ANDRE'
4. Luca CARBONI
3. Daniele SILVESTRI
2. Rino GAETANO
1. Francesco DE GREGORI
ALTA FEDELTA’ 31
Don't look back in anger
(a volte la rabbia è l'unica cosa che rimane)
5.
"You'll no longer be kissed
and kind, as you long for
intuition, as have you have to learn the lesson twice..."
Più che le parole è la batteria che parte dopo questa frase…
4.
”…Soy un perdedor,
I'm a loser baby
so why don't you kill me, double barrel buckshot,
Soy un perdedor,
I'm a loser baby
so why don't you kill me…”
Più che una canzone, una unione di intenti, un inno nazionale, un canto di battaglia…
3.
”…Everything is my fault
I'll take all the blame
Aqua seafoam shame
Sunburn with freezerburn…”
Verrà il giorno in cui si smetterà di scusarsi per ogni cosa…
2.
”…Conflitti interni che lasci a macerare
Perchè è la tua realtà che ti fa inumidire
Puoi non vedere,
Puoi rifiutare
Ma le serpi di oggi
sono i vostri bambini…”
Cenere eri, cenere ritornerai…
1.
”Ritorno sui miei passi
E adesso contali bene
Il tempo che è passato
Non è una buona ragione
Ho idea che non mi basti
Lo scambio di un'opinione
E neanche l'imbarazzo
Con cui mi mostri le scuse…”
La rabbia fatta in musica, più bruciante di un colpo di pistola…
INDAFFARATO
Sono ancora vivo...
COSE CHE PRIMA O POI DOVEVANO ACCADERE
Non ho un bellissimo rapporto con mio padre. Tra di noi c’è poco dialogo. Penso spesso al fatto di non voler diventare nel tempo come lui, anche se ogni tanto scorgo nel mio comportamento delle somiglianze con il suo.
Non è sempre stato così, e credo sia una cosa normale che accada a molte persone.
Quando ero bambino ricordo che attendevo mio padre in fondo alla strada sterrata che portava a casa nostra. A quei tempi non c’erano tutte quelle abitazioni che ci sono adesso e io vedevo mio padre in sella al suo motorino arrivare già quando superava la curva che c’è prima del bar. Lui arrivava e io saltavo davanti a lui e percorrevamo insieme quei pochi metri.
Più di tutti, c’è un momento, che della mia infanzia che lego a mio padre. Un momento, forse puramente simbolico, che porta con se lo spirito del cambiamento, un vento che soffia e modifica le cose.
Era il maggio del 1985, il sole era ancora alto. Da poco io e la mia famiglia ci eravamo seduti a tavola. Mio padre, molto probabilmente, era appena tornato dal campo, visitato dopo una giornata di lavoro. La tavola apparecchiata, la tivù accesa, finale di Coppa dei Campioni, Liverpool-Juventus.
Ricordo, nitidamente, le immagini del campo preso d’assalto dai tifosi. Ricordo, nitidamente, il fotogramma della tribuna crollata. Ricordo, nitidamente, Scirea chinato sul microfono dello stadio che parlava alla gente. Ricordo, nitidamente, i corpi raccolti dalle macerie e adagiati per terra.
Si cambiò canale, si spense la tivù, sicuramente non si vide la partita.
Da quel giorno, quello sport che tanto amo, nonostante tutto lo schifo di cui è circondato, ma che mi piace perché ancora sa darmi soddisfazione e rabbia quando lo pratico, che mi fa gioire o smadonnare quando lo guardo, quello sport è uscito dalla vita di mio padre. Mio padre, che solo pochi giorni prima sorrideva perché io con la radiolina in mano correvo per casa gridando “abbiamo vinto lo scudetto, abbiamo vinto lo scudetto!”, con i punti ancora freschi di operazione, lui aveva lasciato, per sempre quel mondo.
Oggi, quando io e mio fratello decidiamo di andare allo stadio, lui ci guarda e dice che siamo matti. Lo dice lui, che quando aveva la nostra età, racconta mia madre, andava allo stadio a vedere la sua Juventus, anche a Torino.
Ormai disilluso, non più tifoso e nemmeno semplice appassionato, imprecando come al solito, forse tra pochi giorni si guarderà la sfida tra i bianconeri e inglesi. Non lo ammetterà mai, ma penserà a venti anni fa, quando una partita di calcio fu lo scenario della morte di trentanove persone. Forse lo farò anch’io, pensando a quando, ancora bambino, la morte mi fu sputata in faccia per la prima volta.
IL VELOCISTA GENTILUOMO
La primavera ognuno la coglie a suo modo. Chi vede nel sole che inizia a scaldare il viso un segno che finalmente si possa uscire dal letargo, chi immancabilmente come un furto bianconero torna ad innamorarsi, chi razionalmente guarda il calendario e vede la data.
Io me ne accorgo perché si svolge la Milano-Sanremo.
Provare a pedalare in inverno, per chiunque, è esercizio di difficile applicazione. L’aria è pungente, sono aghi che ti si conficcano nella pelle e non basta il ritmo della pedalata per portare un sollievo ad arti infreddoliti.
La stagione ciclistica ha un piccolo prologo con qualche gara in lande perdute, poi ci si trasferisce sulle coste mediterranee in cerca di un po’ di tepore. E poi, puntuale, arriva il giorno della Sanremo.
Questa gara è un lungo calvario lungo trecento chilometri, che al solo pensarci ti vengono i crampi alle gambe. E’ una gara talmente banale nel suo svolgimento da sembrare una gara di formula uno. Non per niente alla fine di quel lungo percorso tutto si conclude vedendo sfrecciare ad altissima velocità gli omini con la bici.
Le varianti al tema sono ben poche: due piccole salite (
Sennò è questione da sprinter.
Il “campeon” Freire, il predestinato Boonen, il vecchio leone Cipollini, il “signor Sanremo” Zabel, più i vari McEwen, Hondo, O’Grady.
E poi lui, il “velocista gentiluomo” Petacchi.
Petacchi è antipatico, suvvia. Qualcuno doveva pur dirlo. Vince con irrisoria facilità sotto lo striscione del traguardo eppure ha sempre una faccia da cane bastonato, è melenso, è troppo fintamente modesto.
Quando ormai la volata era inevitabile, eravamo in quattro davanti alla tivù. Nessuno tifava per lui. Oddio, mio padre piuttosto che un corridore straniero preferiva il toscano. Ma io speravo di vedere sbucare sornione un Freire o, visto che era in gran forma, il norvegese Hushovd; mio fratello stravede per Boonen, mia madre Cipollini (parole testuali “vuoi mettere il fascino di Mario con quello di Alessandro!? Non ce ne è…).
Però… però… Petacchi si è preparato a puntino solo per questo appuntamento che avrebbe dato valore alla sua intera carriera, è partito, ha lanciato il suo scatto e ha vinto.
Anzi ha stravinto.
Poi è arrivato al traguardo, ha fatto la solita scena da soap-opera, ma il gesto sportivo è stato bellissimo.
Però perché vinca uno simpatico (almeno a casa mia) ci sentiamo tra quattro stagioni.