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lunedì, maggio 30, 2005

LOVE WILL TEAR US APART

When the routine bites hard
and ambitions are low
And the resentment rides high
but emotions won't grow
And we're changing our ways,
taking different roads
Then love, love will tear us apart again
Why is the bedroom so cold
Turned away on your side?
Is my timing that flawed,
our respect run so dry?
Yet there's still this appeal
That we've kept through
our lives
Love, love will tear us apart again
Do you cry out in your sleep
All my failings expose?
Get a taste in my mouth
As desperation takes hold
Is it something so good
Just can't function no more?
When love, love will tear us apart again

Quando l'abitudine corrode a fondo
E le ambizioni sono mediocri
E il risentimento si impenna
Mentre le emozioni non crescono
E noi cambiamo rotta,
Imboccando direzioni differenti
Allora l'amore, l'amore ci dividerà di nuovo

L'amore, l'amore ci dividerà di nuovo
Perché la stanza da letto è così fredda?
Ti sei girata dalla tua parte
E' il mio ruolo che si è incrinato?
Scorre aridissimo il nostro rispetto
Eppure c'è ancora questa attrazione
Che abbiamo mantenuto nelle nostre vite
Ma l'amore, l'amore ci dividerà di nuovo
L'amore, l'amore ci dividerà di nuovo
Ti lamenti nel sonno
Tutti i miei difetti in vista
E
ho un sapore in bocca
Mentre mi attanaglia la disperazione
Per qualcosa di tanto bello che proprio
Non può più funzionare
Ma l'amore, l'amore ci dividerà di nuovo

 

Il Punk era URGENZA. Un adolescente che gridava la sua rabbia, che si comportava come tutti i ragazzi fanno in quell’età. Ribellione a se stessi, fuga verso qualcosa che si scoprirà non esiste. Il Punk era, è un atteggiamento, un modo di essere e dimostrare di esistere. Era la fine degli anni settanta.
La vita poi scopri, non è come tu la dipingi. Apri gli occhi e vedi, DISILLUSIONE.
La New Wave, il Dark, furono la scoperta di una generazione che lasciò per strada un’utopia.
E furono Joy Division.
La musica divenne più oscura e rotonda come i sapori che impari ad apprezzare strada facendo, all’autodistruzione si sostituì la consapevolezza.
Per Ian Curtis, così come per Cobain, il male di vivere era lampante, evidente, così liscio.
E lui mollò.
Sono passati vent’anni.

Postato da: splendidoperdente a maggio 30, 2005 14:25 | link | commenti (10)

martedì, maggio 24, 2005

A QUALCOSA PUR BISOGNA AGGRAPPARSI
(evviva le certezze matematiche)

Campioni con una settimana d'anticipo, irregolari come il loro presidente-allenatore, cazzari, vecchi leoni e grandi figli di puttana.

PORTIERI
Inamovibile il brasiliano DIDA, alla faccia di chi un portiere brasiliano (e nero) non può essere un campione. Una sicurezza, al contrario del suo panchinaro ABBIATI, veramente scarso. Il vero cambio era MANNINGER, ma fuori per parecchio tempo.

DIFENSORI
Elogio della terza. Più che una linea Maginot, un ospizio. Capitan SENSINI, il nonno, sempre una certezza. L'arteficie di questa vittoria, nonchè bomber -ha pure segnato il gol scudetto- DI BIAGIO. I non sempre rocciosi, ma pericolosi COUTO e MIHAJLOVIC. Il rincalzo sempre pronto a obbedire, BIAVA. E poi i giovani: CHIVU, che però ha avuto più acciacchi dei vecchietti e la mezza delusione BOVO. Poca gloria per GONNELLA, mentre la mia fiducia era per ZE MARIA, ma non quella di altri.

CENTROCAMPISTI
Pavel, la furia ceca, NEDVED, imprescindibile, anche a mezzo servizio. Il geometra e sicuro PIZARRO, mai una sbavatura. L'irraddidio della fascia destra, CASSETTI. Il solido e continuo VERGASSOLA, capace di colpi di genio. I discontinui e sempre rotti MARESCA e JORGENSEN. Il canguro col piede caldo -per i legni- BRESCIANO. L'assente MAMEDE e il mai pervenuto NERVO.

ATTACCANTI
La vecchia gloria che tante gioie ha dato, tutto casa CHIESA. L'insufficienza fatta a gol: fratello CRESPO e l'orfanello bulgaro BOJINOV. Se non si fosse innamorato avrei puntato su BAZZANI, ma al cuor non si comanda. Il soldatino BUDAN, che ha passato tanto tempo nell'infermeria da campo. I rincalzi: lo scorpione senza veleno TOMASSON e l'uruguagio eclissato RECOBA.

Postato da: splendidoperdente a maggio 24, 2005 10:22 | link | commenti (1)

giovedì, maggio 19, 2005

STRANGERS IN PARADISE

- A cosa pensi?
- Mmm... pensavo a quanto tempo ho perso a preoccuparmi per la recita di fine anno a scuola.
- Strangers in paradise?
- Si. Ti ricordi quando dice "una cosa l'ho imparata, che senza amore siamo solo degli estranei in paradiso"... è così che mi sentivo, ad andare da un uomo all'altro, cercando il principe azzurro e non trovandolo ero sperduta... ma... non sono un'estranea, no? Ho una famiglia... degli amici... e qualcuno che mi vuole bene! ...come ho potuto essere così cieca? ...oddio -sniff- sono stata una stupida, vero?
- Non vorrai che risponda davvero, eh?

Postato da: splendidoperdente a maggio 19, 2005 19:30 | link | commenti (1)

giovedì, maggio 12, 2005

12 MAGGIO 1985

Ci sono alcuni momenti stampati bene chiari nelle mente di ognuno.
Giorni in cui ricordiamo esattamente cosa stavamo facendo, con chi eravamo, che emozioni stavamo vivendo.
Io lo ricordo bene l'oggi di vent'anni fa.
Ero uscito da poco dall'ospedale per un piccolo intervento chirurgico.
Avevo a quei tempi una piccola radiolina con cui ascoltavo "Tutto il calcio minuto per minuto".
Quando le partite finirono, io iniziai a saltellare, con i punti ancora freschi, per la mia camera e gridando di felicità. Avevo poco più di otto anni.
Quel giorno di vent'anni fa L'Hellas Verona era Campione d'Italia.

Ascoltare in rigoroso silenzio, please...

Postato da: splendidoperdente a maggio 12, 2005 10:33 | link | commenti (4)

martedì, maggio 03, 2005

ALTA FEDELTA' 32
Cantautori, quella finissima arte tra parole e musica

5. Fabrizio DE ANDRE'
4. Luca CARBONI
3. Daniele SILVESTRI
2. Rino GAETANO
1. Francesco DE GREGORI

Postato da: splendidoperdente a maggio 03, 2005 16:53 | link | commenti (1)

mercoledì, aprile 27, 2005

IL GIRO DI INNSBRUCK

TAPPA PER VELOCISTI (sabato 23)
Nemmeno il tempo di scaldare i muscoli e il gruppo è già diviso in due tronconi. Da una parte io, il Calabrese, l’Orso e la Divoratrice di Mondi. Dall’altra, in ritardo sul fuso orario, Big Show e Kindergarten. Il viaggio scivola tranquillo e ci ritroviamo nel primo pomeriggio ad Innsbruck. Orientandoci come uccelli migratori troviamo la casetta dell’Architetto Turca e della Ricercatrice Irpina. Amabilmente, stesi sul letto della camera, conversiamo. Sembro famoso da queste parti, vista la mia frequentazione con l’orientale ragazza. “Ti ricordavo biondo con gli occhi azzurri”. Decisamente in errore, penso io, ma non è l’unica cosa che mi frulla per la mente.
Salutiamo e ci dirigiamo all’appuntamento con Pezi. Arrivati qui, baci e abbracci. Ma soprattutto ci rimbocchiamo le maniche. Perché il nostro contatto ha forato la gomma. L’Orso e io siamo meglio di meccanici di Formula Uno.
Maria Therese Strasse. Il Tetto d’Oro. La casa della Principessa Sissi.
Ci dirigiamo in un bar gestito da italiani. Chi prende un caffè, chi preferisce un bicchiere di rosso. Un bicchiere di Primitivo. Qui c’è il ricongiungimento con il gruppo.
Andiamo all’albergo. Si trova dove Innsbruck comincia a salire, aldilà del fiume Inn. Ci sistemiamo nelle camere, il tempo di una pizza e via, pesantemente in ritardo, al nostro appuntamento per la serata.
Formiamo una bella banda. Oltre a noi, ci sono quattro ragazze campane, due ragazzi bolognesi, un paio di coppe di Bolzano, Pezi, l’amica Turca e un’altra ragazza altoatesina.
Prepariamo un aperitivo per tutti, a base di wodka e redbull. Poi c’è del vino e qualcosa da spiluccare. Siamo in un appartamento in zona centralissima. Se mettessimo fuori la mano potremo cogliere le tegole del tetto d’oro al volo.
Si chiacchiera, si sta insieme. Attendiamo l’arrivo della mezzanotte prima di incamminarci per i locali del capoluogo del Tirolo. Alla fine ci troviamo a ballare allo Stadt Cafè (mi pare…).
Parlo un po’ con la Ricercatrice. Mi tornano i pensieri del pomeriggio in testa.
Decisamente. Era tanto che non mi capitava di vedere un sorriso così bello.
Salutiamo. Ci diamo appuntamento per il giorno dopo.
La giornata è stata lunga ma bella. E’ tempo di riposare.

TAPPONE DOLOMITICO (domenica 24)
Al risveglio, doccia. Torniamo per le vie del centro e ci fermiamo alla sempre cara ElferHaus a mettere qualcosa sotto i denti. Lettura del giornale, il Verona ha pareggiato, il Governo è stato rifatto, in Spagna i gay si possono sposare.
Decidiamo di riformare il gruppo della sera precedente e ci diamo appuntamento sotto il tetto d’oro. Mentre attendiamo, proviamo una touche. A settembre vorremmo mettere su una squadra di rugby.
Dopo i convenevoli ci dirigiamo alle macchine. Meta Halles, a pochi minuti di strada, per una passeggiata. E’ una vecchia città che di sera ha tutto altro fascino. Oggi è solo un po’ fredda.
Per strada, mentre mi volto, rapisco una ciglia dal viso della Ricercatrice.
“Esprimi un desiderio.”
“Fatto.”
“Sopra o sotto!?”
“Sopra.”
“Peccato. Sotto.”
“Che vuol dire!?”
“Che il tuo desiderio non si avvera.”
“Peccato. Per te.”
Mangiamo un gelato. Poi è il tempo dei saluti. Purtroppo la sera non avremo il tempo di stare tutti insieme. Peccato. Mi sarebbe piaciuto. Per me.
Ma è l’ora di Big Poppa e Kamala, i genitori di Pezi. Ci accolgono a casa loro come se fossimo figli. Vino a fiumi. Schnaps. Arriva l’Angelo con una torta. C’è anche Babsy.
E’ bellissimo vedere come il tempo passi, ma è sempre festa. E’ sempre come la prima volta che siamo stati qui. Qui. Dove si sta veramente bene.
Poi, prima di scendere per un ultimo giro dei locali di Innsbruck, un piccolo incidente. Kintergarten si alza e si stira. Involontariamente mette un dito nell’occhio di Orso. Che si ferisce gravemente.
Passeggiamo per le vie del centro. A braccetto con l’Angelo imparo il verbo essere in tedesco.

PASSERELLA FINALE (lunedì 25)
Il mattino più che l’oro in bocca oggi ha il sapore di vino. Il giorno dopo è sempre così. Mi sveglia una chiamata.
“Orso sta male. Dobbiamo portarlo all’ospedale.”
Prepariamo le valige e lasciamo la pensione. Prendiamo Pezi, che ci porta all’ospedale di Innsbruck dove potranno visitare il nostro malato.
Il dottore dice che si è rotta la membrana che copre la pupilla. Accudiamo Orso e lo scorrazziamo, a braccetto per le strade. Pezi ci implora di rimanere qui con lei. Non posso che abbracciarla. E’ quello che mi piacerebbe fare, restare lì.
Prendo possesso della nostra vettura e dopo gli addii, siamo sulla A22.
Veloci, filiamo verso casa. La pioggia che ci ha accompagnato sul Brennero piano piano si trasforma in sole.
In men che non si dica è già tutto finito. E’ stato bello, come sempre.
E rimane un motivo in più che passeggia tra i pensieri per tornare un’altra volta.

Postato da: splendidoperdente a aprile 27, 2005 09:04 | link | commenti (2)

martedì, aprile 26, 2005

ALTA FEDELTA’ 31
Don't look back in anger
(a volte la rabbia è l'unica cosa che rimane)
5. 
"You'll no longer be kissed
and kind, as you long for
intuition, as have you have to learn the lesson twice..."
Più che le parole è la batteria che parte dopo questa frase…

4.
”…
Soy un perdedor,
I'm a loser baby
so why don't you kill me, double barrel buckshot,
Soy un perdedor,
I'm a loser baby
so why don't you kill me…”
Più che una canzone, una unione di intenti, un inno nazionale, un canto di battaglia…

3.
”…Everything is my fault
I'll take all the blame
Aqua seafoam shame
Sunburn with freezerburn…”
Verrà il giorno in cui si smetterà di scusarsi per ogni cosa…

2.
”…Conflitti interni che lasci a macerare
Perchè è la tua realtà che ti fa inumidire
Puoi non vedere,
Puoi rifiutare
Ma le serpi di oggi
sono i vostri bambini…”
Cenere eri, cenere ritornerai…

1.
Ritorno sui miei passi
E adesso contali bene
Il tempo che è passato
Non è una buona ragione
Ho idea che non mi basti
Lo scambio di un'opinione
E neanche l'imbarazzo
Con cui mi mostri le scuse…”
La rabbia fatta in musica, più bruciante di un colpo di pistola…

 

 

 

Postato da: splendidoperdente a aprile 26, 2005 11:02 | link | commenti (1)

venerdì, aprile 08, 2005

INDAFFARATO

Sono ancora vivo...

Postato da: splendidoperdente a aprile 08, 2005 16:50 | link | commenti (4)

giovedì, marzo 24, 2005

COSE CHE PRIMA O POI DOVEVANO ACCADERE

 

Non ho un bellissimo rapporto con mio padre. Tra di noi c’è poco dialogo. Penso spesso al fatto di non voler diventare nel tempo come lui, anche se ogni tanto scorgo nel mio comportamento delle somiglianze con il suo.
Non è sempre stato così, e credo sia una cosa normale che accada a molte persone.
Quando ero bambino ricordo che attendevo mio padre in fondo alla strada sterrata che portava a casa nostra. A quei tempi non c’erano tutte quelle abitazioni che ci sono adesso e io vedevo mio padre in sella al suo motorino arrivare già quando superava la curva che c’è prima del bar. Lui arrivava e io saltavo davanti a lui e percorrevamo insieme quei pochi metri.
Più di tutti, c’è un momento, che della mia infanzia che lego a mio padre. Un momento, forse puramente simbolico, che porta con se lo spirito del cambiamento, un vento che soffia e modifica le cose.
Era il maggio del 1985, il sole era ancora alto. Da poco io e la mia famiglia ci eravamo seduti a tavola. Mio padre, molto probabilmente, era appena tornato dal campo, visitato dopo una giornata di lavoro. La tavola apparecchiata, la tivù accesa, finale di Coppa dei Campioni, Liverpool-Juventus.
Ricordo, nitidamente, le immagini del campo preso d’assalto dai tifosi. Ricordo, nitidamente, il fotogramma della tribuna crollata. Ricordo, nitidamente, Scirea chinato sul microfono dello stadio che parlava alla gente. Ricordo, nitidamente, i corpi raccolti dalle macerie e adagiati per terra.
Si cambiò canale, si spense la tivù, sicuramente non si vide la partita.
Da quel giorno, quello sport che tanto amo, nonostante tutto lo schifo di cui è circondato, ma che mi piace perché ancora sa darmi soddisfazione e rabbia quando lo pratico, che mi fa gioire o smadonnare quando lo guardo, quello sport è uscito dalla vita di mio padre. Mio padre, che solo pochi giorni prima sorrideva perché io con la radiolina in mano correvo per casa gridando “abbiamo vinto lo scudetto, abbiamo vinto lo scudetto!”, con i punti ancora freschi di operazione, lui aveva lasciato, per sempre quel mondo.
Oggi, quando io e mio fratello decidiamo di andare allo stadio, lui ci guarda e dice che siamo matti. Lo dice lui, che quando aveva la nostra età, racconta mia madre, andava allo stadio a vedere la sua Juventus, anche a Torino.
Ormai disilluso, non più tifoso e nemmeno semplice appassionato, imprecando come al solito, forse tra pochi giorni si guarderà la sfida tra i bianconeri e inglesi. Non lo ammetterà mai, ma penserà a venti anni fa, quando una partita di calcio fu lo scenario della morte di trentanove persone. Forse lo farò anch’io, pensando a quando, ancora bambino, la morte mi fu sputata in faccia per la prima volta.

 

(Sono stato all’Heisel cinque anni fa, e ad Anfield Road tre anni fa. C’è sempre una strana sensazione che mi percorre quando penso a quella sera. E’ lo scoglio dove partire per tante, troppe considerazioni. Ma come il disagio che provavo quando negli spogliatoi delle giovanili c’era qualche ragazzino stupido che cantava una terribile e tristemente famosa filastrocca su quei morti, la voglia di intraprendere quel sentiero è troppo fastidioso. Quasi troppo personale. E lascio solo correre davanti a me le immagini di quella tragedia, senza senso e senza spiegazione. Immagini così nitide.)

Postato da: splendidoperdente a marzo 24, 2005 13:22 | link | commenti (11)

mercoledì, marzo 23, 2005

IL VELOCISTA GENTILUOMO


La primavera ognuno la coglie a suo modo. Chi vede nel sole che inizia a scaldare il viso un segno che finalmente si possa uscire dal letargo, chi immancabilmente come un furto bianconero torna ad innamorarsi, chi razionalmente guarda il calendario e vede la data.
Io me ne accorgo perché si svolge la Milano-Sanremo.
Provare a pedalare in inverno, per chiunque, è esercizio di difficile applicazione. L’aria è pungente, sono aghi che ti si conficcano nella pelle e non basta il ritmo della pedalata per portare un sollievo ad arti infreddoliti.
La stagione ciclistica ha un piccolo prologo con qualche gara in lande perdute, poi ci si trasferisce sulle coste mediterranee in cerca di un po’ di tepore. E poi, puntuale, arriva il giorno della Sanremo.
Questa gara è un lungo calvario lungo trecento chilometri, che al solo pensarci ti vengono i crampi alle gambe. E’ una gara talmente banale nel suo svolgimento da sembrare una gara di formula uno. Non per niente alla fine di quel lungo percorso tutto si conclude vedendo sfrecciare ad altissima velocità gli omini con la bici.
Le varianti al tema sono ben poche: due piccole salite ( la Cipressa e il Poggio) a poco dal traguardo, rese impervie solamente dalla tanta strada percorsa fin li in cui solo il campione in forma strepitosa può pensare di andar via; e le cadute sempre in agguato nelle strette strade della costiera ligure.
Sennò è questione da sprinter.
Il “campeon” Freire, il predestinato Boonen, il vecchio leone Cipollini, il “signor Sanremo” Zabel, più i vari McEwen, Hondo, O’Grady.
E poi lui, il “velocista gentiluomo” Petacchi.
Petacchi è antipatico, suvvia. Qualcuno doveva pur dirlo. Vince con irrisoria facilità sotto lo striscione del traguardo eppure ha sempre una faccia da cane bastonato, è melenso, è troppo fintamente modesto.
Quando ormai la volata era inevitabile, eravamo in quattro davanti alla tivù. Nessuno tifava per lui. Oddio, mio padre piuttosto che un corridore straniero preferiva il toscano. Ma io speravo di vedere sbucare sornione un Freire o, visto che era in gran forma, il norvegese Hushovd; mio fratello stravede per Boonen, mia madre Cipollini (parole testuali “vuoi mettere il fascino di Mario con quello di Alessandro!? Non ce ne è…).
Però… però… Petacchi si è preparato a puntino solo per questo appuntamento che avrebbe dato valore alla sua intera carriera, è partito, ha lanciato il suo scatto e ha vinto.
Anzi ha stravinto.
Poi è arrivato al traguardo, ha fatto la solita scena da soap-opera, ma il gesto sportivo è stato bellissimo.
Però perché vinca uno simpatico (almeno a casa mia) ci sentiamo tra quattro stagioni.

Postato da: splendidoperdente a marzo 23, 2005 09:01 | link | commenti (6)